A proposito di giornalismo e ricerca, approfitto di questo spazio per iniziare a pubblicare una serie di articoli che ho avuto modo di scrivere per l’edizione del quotidiano “La Sicilia” della mia città, Siracusa, oltre ad alcuni contributi critici apparsi su riviste scientifiche e magazine culturali e di costume. Gli articoli più recenti apparsi per le pagine aretusee si inseriscono nella rubrica Milano vs. Siracusa, affidatami in occasione del mio arrivo nel capoluogo lombardo.
Sognando Ortigia e Montenapoleone. Milano, metropoli eccellente: basta un quarto di sogno per ritrovarsi lì il giorno dopo. Qualcuno la sogna ancora in Sicilia, qualcuno ancora la corteggia, come dieci anni fa: la signora generosa che realizza i desideri inappagati di una vita, che dona spazio a idee giuste, che mette in moto ricchezze, materiali (e non). Siracusa la guarda da laggiù: è davvero un altro mondo! Chi percorre un viaggio dalla cittadina dell’Anapo, un viaggio in treno lungo diciannove ore, fino alla Capitale dell’editoria, ha il tempo di macinare rabbia, malinconia, senso di rivalsa, tutte, troppe le emozioni che sfilano da un polo all’altro dell’Italia. E non sembra inutile metterle a confronto, le due anime di una stessa nazione. D’accordo, hanno storia, modus vivendi differenti, ma riscoprirle in particolari che le vedono affini apre delle finestre di riflessione non indifferenti. Antonio Roccuzzo l’ha fatto, in una recente pubblicazione, “L’Italia a pezzi” (ed. Laterza), che pone vis-à-vis Catania e Reggio Emilia, due diversi poli della stessa catena di montaggio politico-sociale italiana. Riscoprire, quindi, Siracusa mettendola muso a muso con una realtà vasta e lontana come la capitale lombarda non è solo un gioco di specchi. Anche perché qui da noi i confronti appaiono quasi inesistenti: quello che si vive nella metropoli del Nord è qualcosa di simile a una eco blanda, un po’ per via della distanza, un po’ perché siamo abituati a sentirci “dèi”, come appuntava il Principe di Salina ne “Il Gattopardo”. Pensiamo alla zona di San Babila: chi ci arriva con la metro rossa sbuca in un mondo dorato, fatto di negozi lussuosi, boutique di alta moda, caffé che sembrano suite all’aperto. Tra Corso Vittorio Emanuele e Via Montenapoleone sfilano donne esuberanti, uomini altissimi, compostissimi, elegantissimi, che sfrecciano e si snodano come anguille. Tutto fa credere a una dimensione surreale. E pensare che i siracusani passeggiano tra il Duomo e la Fonte Aretusa quasi con fare immobile: si gongolano in Ortigia, ostentando benessere storico, che sa molto di individualismo, chiusura, distacco. C’è chi corre per raggiungere le sue mete di lavoro, brunch mai consumati, incontri all’insegna della concretezza, di un sì o piuttosto di un no; c’è chi si trastulla tra fiumi di caffè e aperitivi selvaggi, passando da un forse a un “è così, che ci vuoi fare?”. Ed è la stessa medesima tangenziale, pur nelle evidenti differenze. Ognuno è chiuso in sé, nelle medesime convinzioni: è come una solitudine in onda: chi corre, chi si trastulla, è a un passo dall’assolutismo, non vede oltre il proprio sistema. Il milanese dice che Siracusa è splendida, che ci andrebbe a vivere perché sembra una cittadina da favola, tutta storia, cibo buono e natura avvolgente. Il siracusano sogna Milano come meta di lavoro, luogo di scambi proficui, benessere a volontà. Ognuno di loro vorrebbe vivere nel posto dell’altro. Ognuno di loro vorrebbe essere l’altro. Ma è poi così vero?
[ Pubblicato su "La Sicilia" il 10 novembre 2009 ]