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Master and «Comandi!»

Pubblicato da nessunafrida su mercoledì, 2 dicembre 2009

immagine cameriereL’episodio della mia rubrica fissa Milano vs. Siracusa pubblicato sul numero di ieri de “La Sicilia” riguardava il difficile e doloroso tema del lavoro, variamente declinato tra gli iperspecialismi di questi anni di crisi e precariato, come al solito sul doppio binario di due universi urbani quantomai lontani, ma entrambi e similmente inquieti e irrequieti.

Alla strenua ricerca di una occupazione. Lavoro somministrato. Lavoro interinale. Stage retribuito, mal retribuito: buoni pasto, frequenza da matti, ore e ore di fatica per imparare un mestiere che poi non si sa se si farà. È il problema di sempre. Il lavoro: un dilemma insormontabile! Massimo Troisi in uno dei suoi sketch più esilaranti parlava di lavoro nero, lavoro a cottimo, lavoretto, cioè di una parola, “lavoro”, appunto, che non stava mai in piedi da sola. Era la Napoli degli anni Ottanta. Oggi, da Milano a Siracusa, lo scenario non è poi così cambiato. Anzi, se parliamo di termini che accompagnano l’idea di lavoro, alle porte del 2010 si potrebbero solo inventariare. E sarebbe un mestiere, dopo tutto. Ma forse, anche in questo caso, ci sarebbe il master ad hoc, il tirocinio consigliato: insomma non si finirebbe mai di imparare. Perché? C’è molta ignoranza o c’è un gran bisogno di specializzazione? La verità, sappiamo tutti, vola molto più in basso. La ricerca di posti di lavoro da Nord a Sud è una faccenda complicata. Rispetto al 2008 l’offerta lavorativa delle agenzie per il lavoro in Italia è scesa del 30%, e non è un caso che anche in una metropoli come Milano le filiali cominciano a scomparire, e che a Siracusa stentano a sopravvivere, soprattutto nell’ultimo anno. Di fatto, se è vero che i costi delle agenzie per il lavoro cominciano a far tremare le aziende, di contro, queste non sembrano più disposte a rifornire le prime della stessa quantità di offerte lavorative. A questa ipotesi di impasse si aggiunge una campagna come quella di supporto per la ricerca o il cambiamento di lavoro degli over 40, che rischia di diventare un’altra spia di un malcontento generalizzato nel nostro Paese. Se pensiamo che per un’opportunità lavorativa il tetto massimo raggiunge i trentacinque, e a volte i quarant’anni; e ancora, che per essere inseriti da stagisti nelle aziende non si devono sforare, e solo in pochi casi, i trenta, è evidente che ci sono fasce d’età che rischiano l’emarginazione occupazionale. E la cosa più penosa è che le risposte sfuggono o molto spesso sfiorano il surreale. Ovvero, se la formazione diventa “straformazione” perché si cerca di ovviare a un problema esorbitante come quello del lavoro in Italia, allora scatta l’allarmismo, sedato, in qualche caso, da una punta di ironia. Per esempio, oggi chi vuole fare il pasticcere a Milano può benissimo frequentare un corso per impastare torte e sfornare bigné, quando un tempo il bottegaio vicino casa era pronto a trasferire il mestiere al ragazzo volenteroso di turno. Lo stesso dicasi per una qualunque passione, dalla gestione di una scuderia alla ricostruzione unghie, anche in una piccola provincia come Siracusa. Allora ci si domanda: i corsi di formazione sfociano sempre in un’assunzione o sopravvivono in virtù di una stitichezza lavorativa ormai da troppo tempo in atto? “Gli esami non finiscono mai”, diceva Edoardo De Filippo, ma adesso forse si sta esagerando!

[ Pubblicato su "La Sicilia" il 1° dicembre 2009 ]

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L’anulare e il medio

Pubblicato da nessunafrida su domenica, 29 novembre 2009

Il nuovo capitolo arretrato della rubrica Milano vs. Siracusa scritto per le pagine siracusane del quotidiano “La Sicilia” riguarda, come al solito, la mia reazione emotiva e sentimentale, come tale non priva delle inevitabili generalizzazioni dell’istinto della viaggiatrice, allo squilibrio vissuto nell’esperienza delle due città in termini di ritmi di vita e di atteggiamenti umani. Se tutto andrà bene, da questa settimana si va in presa diretta.

Il passo di carica e i sorrisi gratuiti. Fretta e ancora fretta. Milano ti toglie il fiato. Sa di cenere e specchi, maxi cartelloni pubblicitari dentro e fuori le metro, cinesi che conversano in bergamasco, tipi svegli e morti da cent’anni. È una girandola di incomprensioni: la metropoli italiana sa tanto di China Town, quando dal lusso, dal divino lusso di chi sta decisamente meglio di te (e prende un caffé da quattro euro al centro della Galleria!), ti ritrovi in poco meno di cinque minuti a fissare gli spigoli di un edificio da due soldi alle spalle del quartiere Isola. Il paragone con la cittadina aretusea è davvero improponibile: Siracusa è una bottiglia dal collo stretto, una donna con gli occhi chiusi e un braccio teso a sfoggiare nell’anulare un brillante: Ortigia, a denti stretti. Senza quasi saperne nulla (o quasi) di quel gioiello, i siracusani la intristiscono con il loro andarci e riandarci: l’importante è passeggiare, con quel filo di necessità che è il sabato sera, la domenica pomeriggio e qualche altro pomeriggio, a patto che non sia troppo tardi: una boccata di aria fresca, detto tra noi, un giro in Ortigia, e subito… hai visto quello lì? sembra straniero, è vestito male ma ha i soldi, sarà tedesco o al massimo austriaco. In ogni caso, il tipo resta qui due giorni e va via senza un decimo di confronto umano, con una valigia piena di guide turistiche dell’antica colonia greca, cinque o sei monumenti in testa e la pancia piena di pesce. A Milano, qualcuno “speak english”? Sì, tutti. Sembra di stare dentro un frasario etnico, dove anche l’albanese che suona la fisarmonica, coi pezzi base ad accompagnarlo nel suo passaggio musicale scandito dalle fermate della metro, ti dice “thanks of all!”. Nessuno gli sorride: tanto è uno come gli altri, fa parte del paesaggio suburbano, tra annunci e quotidiani straletti, e ragazzini con gli iPod sparati al massimo. Un sorriso? Non esiste. Ma tanto quelli come lui lo sanno: meglio una pagnotta oggi che un sorriso domani! A Siracusa, tra il Duomo e corso Matteotti, due o tre puoi vederli accomodati su un gradino o l’asfalto ad aspettarsi dal siracusano medio il solito cenno: “scusa, sai, vado di fretta”; e sono sempre gli stessi clochard, con gli stessi cani e stessa ciotolina per gli oboli. Insomma c’è chi sorride e non sgancia una moneta e chi ha l’espressione marmorea e caccia via i soldi. E giusto per continuare sulla falsa riga del sorriso, una siracusana, di una trentina di anni al massimo, un giorno correva in Corso Buenos Aires per arrivare in tempo a un colloquio di lavoro. Una tizia che pubblicizzava una raccolta di fondi per beneficenza, ignorata dai passanti in corsa, le chiede un momento di attenzione. La siracusana si scusa per la fretta e le sorride. La tizia le chiede se per caso si conoscessero. “No”, risponde l’altra. E quella, di rimando: “Allora perché mi sorridi?”. Forse perché il sorriso è gratis!?

[ Pubblicato su "La Sicilia" il 24 novembre 2009 ]

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